.Vitruvio e Palladio

Il Tempio della Concordia di Roma, modello delle Ville Venete

Di Gianni Giolo

“L’Architettura classica interpretata dai trattatisti veneti del Rinascimento: un evento di portata mondiale”. è la relazione di Vittorio Galliazzo, professore emerito di archeologia dell’università di Padova, pubblicata nell’ultimo volume degli  “Atti e memorie dell’Ateneo di Treviso”.

Tutti i trattatisti del nostro Rinascimento – sostiene Galliazzo – che prendono in considerazione l’architettura, sia veneti che di altre regioni dell’Italia centro-settentrionale, presentano caratteristiche comuni. In primo luogo notiamo in loro un generoso entusiasmo per le fonti scritte del mondo classico greco-romano, soprattutto per Vitruvio (l’unico scrittore e architetto antico che tratti estesamente di architettura e il cui specifico trattato sull’argomento sia giunto a noi dall’antichità).

In secondo luogo osserviamo come le oscurità e le incongruenze del testo vitruviano cercano di essere superate attraverso un attento interesse per i monumenti e ogni altra testimonianza architettonica antica, dando spesso vita a disegni, schizzi, misurazioni e (talora) a ricostruzioni di interesse archeologico e antiquario, prendendo in esame soprattutto i monumenti della città di Roma, del suo territorio circostante e, più in generale, dell’Italia centro-settentrionale, senza dimenticare i manufatti architettonici di Pola e della Francia meridionale.

Infine assistiamo spesso a un tentativo dei trattatisti di spiegare Vitruvio con i suddetti monumenti o questi ultimi con Vitruvio, finendo così per interpretare il linguaggio architettonico classico, non secondo i normali canoni costruttivi noti agli odierni archeologi, ma in forme innovative e originali che finiscono per dar vita a una nuova architettura.

Il trattato di Vitruvio De Architectura Libri Decem ha avuto un enorme successo e una vasta fama, soprattutto dall’età rinascimentale in poi, e in particolar modo dopo la sua riscoperta nel 1414 a Montecassino ad opera di Poggio Bracciolini.

Gli ultimi studi, condotti con puntigliosa attenzione su tutta l’opera vitruviana, hanno permesso di fissare la composizione definitiva del De Architectura tra gli anni 32-35 a.c. e quindi in pieno periodo protoaugusteo. Il panorama architettonico romano visto da Vitruvio deve cronologicamente restringersi, per quanto riguarda Roma e le altre terre dell’impero, a quanto era visibile in età tardorepubblicana o protoaugustea.

Più in particolare a Roma si potevano vedere, sul Campidoglio, il Tempio tuscanico di Giove Capitolino, il Tempio della Fides, il Tabularium, il tempio di Veiove; nel Foro Romano dominavano la Basilica Emilia, il Tempio di Saturno e il Tempio della Concordia, con pronao esastilo (sei colonne) di ordine corinzio e cella rettangolare trasversale; non lontano troneggiavano il Tempio dei Castori e il Tempio del Divo Giulio del 29 a.c..

La reinterpretazione del linguaggio architettonico classico trova particolare espressione nei principali trattatisti italiani del Rinascimento (Alberti, Filarete, Serlio, Vignola, Palladio e Scamozzi).

Leon Battista Alberti, con il suo trattato De Re Aedificatoria, probabilmente già compiuto nel 1542, ma pubblicato postumo nel 1485, apre la straordinaria serie dei trattatisti rinascimentali che sono teorici, ingegneri, architetti, ma possono anche essere scultori, pittori, poeti, filosofi, geografi, scienziati e altro ancora: genialità e curiosità scientifica li portano così a creare opere architettoniche imperiture, che mutano il paesaggio urbanistico e architettonico di città e regioni di gran parte d’Italia. Roma, Firenze, Urbino, Bologna, Ferrara, Milano, Verona, Vicenza, Padova, Venezia e altre città ancora cambiano volto. Palazzi e soprattutto ville coordinano e mutano il paesaggio, segnando per sempre il territorio.

Fra tutti spicca nel Veneto, e poi nel mondo, la prepotente personalità di un uomo che ha fatto dell’architettura la missione della sua vita: il padovano di nascita e vicentino d’adozione Andrea Palladio. Anch’egli ripete la trafila culturale e scientifica di tanti trattatisti: studia attentamente Vitruvio, visita per ben cinque volte la città di Roma (ma anche Pola, Verona e altre città con edifici romani) traendo precisi disegni degli edifici più significativi, si confronta e trae spunto dall’Alberti e soprattutto dal Serlio, conosce il Vignola e altri operatori in architettura.

Di grande importanza per il Palladio devono essere stati l’incontro personale e lo studio degli scritti sull’architettura di Sebastiano Serlio, soprattutto nel corso della permanenza di quest’ultimo a Venezia tra gli anni 1527-1541, periodo in cui inizia a pubblicare il suo trattato I sette libri dell’architettura, pubblicato integro soltanto nel 1584. Più in particolare il Serlio nel 1537 pubblica a Venezia il suo primo libro in cui tratta dei Cinque ordini artchitettonici (dorico, ionico, corinzio, tuscanico, composito), creando così una successione canonica ancora utilizzata al giorno d’oggi, un libro che ebbe subito un’enorme diffusione, diventando un bestseller internazionale.

Sempre a Venezia nel 1540 egli pubblica il suo secondo libro in cui descrive le Antichità di Roma, e le altre, che sono in Italia, e fuori Italia. Tra queste cita, ad esempio, il Teatro di Marcello, il Templum Pacis, il Pantheon, Santa Costanza e a Tivoli, il cosiddetto tempio circolare di Vesta. Proprio da queste fonti attingerà pure il Palladio, talora riprendendo anche alcuni suoi disegni, per non parlare del motivo architettonico della serliana, che appare, tra l’altro, nella Basilica palladiana di Vicenza.

Da tutte queste esperienze il Palladio ha tratto indubbi insegnamenti non solo nella preparazione del suo trattato ‘I quattro libri dell’Architettura’.

Pubblicati poi a Venezia nel 1570 e diventati ben presto una Bibbia soprattutto nella costruzione di ville in Italia e nel mondo anglosassone, ma anche nel realizzare le sue ville nel territorio veneto, dando ad esse un volto nobile e quasi sacro.

Le ville palladiane infatti sembrano trarre spunto dal tempio classico, e, fra questi, non dai templi greci costruiti su gradoni disposti tutt’intorno e spesso peripteri (cioè con cella circondata da colonne e quindi relativamente bassi rispetto al territorio circostante).

Ma piuttosto e senz’altro dagli alti templi romani su podio e con ampia gradinata soltanto sul fronte di accesso principale.

Secondo Galliazzo “è proprio da un particolare ed eccezionale tempio su alto podio del Foro della città di Roma che Palladio ha tratto il modello preferito del fronte delle sue ville”.

Si tratterebbe del Tempio della Concordia, giusto ai piedi del Campidoglio, da lui senz’altro visto, almeno nella sua porzione inferiore (mentre lo vediamo integro e in opera nelle testimonianze numismatiche), dato che tale edificio stava immediatamente vicino al Tempio di Vespasiano e Tito descritto dal Palladio nel quarto libro del suo trattato.

Questo è il tipico prospetto che ritroviamo in tante ville palladiane ampiamente presenti nel Veneto, strutture architettoniche d’eccezione che hanno finito ben presto per diventare modello da imitare in Italia e in Europa, segnando genialmente fino al pieno Novecento l’architettura occidentale dalle coste americane all’Australia •