.Italia-Germania
Italia-Germania
Alle origini della modernità europea
Due secoli di relazioni
Intervista a Gabriella Belli
Di Elisabetta Badiello
Ispirazione Europa è un progetto che attraversa cinque secoli di storia culturale e artistica, collocando al centro artisti, idee e relazioni che hanno contribuito a formare lo spirito europeo.
Ad aprire il ciclo sarà Italia Germania, prima tappa di un racconto che proseguirà con Italia Francia nel 2027 e Italia Spagna nel 2028.
“Italia Germania. Pittura e scultura tra Ottocento e Novecento. Da Canova a Kiefer”, a cura di Gabriella Belli e Valerio Terraroli, sarà in Basilica Palladiana dal 13 novembre prossimo al 2 maggio 2027.
Due secoli di relazioni culturali tra i due Paesi, con particolare attenzione al Novecento, quando il dialogo tra artisti, intellettuali e architetti-designer italiani e tedeschi diventa uno dei motori della modernità europea.
Attraverso le domande alla curatrice Gabriella Belli, abbiamo cercato il significato di questa mostra.
Perché una mostra non è solo un’esposizione ma l’occasione per approfondire e comprendere l’origine di un fenomeno e, in questo caso, capire cosa ci accomuna all’entità europea.
E come spesso sia proprio l’arte a intercettare le tendenze, contribuendo a renderci leggibile la realtà.

Che cosa ha determinato la scelta di Vicenza e della Basilica Palladiana per l’allestimento della mostra in apertura?
Potremmo dire, con una certa ironia, che è stata Vicenza a venire da noi. Il giovane sindaco Giacomo Possamai aveva infatti espresso il desiderio di impostare la programmazione culturale della città affidandosi non tanto a progetti blockbuster, quanto a mostre di più ampio respiro, capaci di lasciare qualcosa nel tempo, come già era avvenuto negli anni precedenti anche grazie al grande lavoro svolto dal professor Guido Beltramini.
Era dunque alla ricerca di un progetto che fosse utile nel senso più autentico del termine: capace di aprire nuovi sguardi sull’arte, inedito nella sua impostazione e al tempo stesso affidabile sul piano dei contenuti scientifici. Da anni osservavo come in Italia non fosse mai stato affrontato in maniera davvero organica il tema delle relazioni culturali intese come arricchimento reciproco delle culture europee, in un continuo dare e avere, fatto di influenze, scambi, prossimità e differenze.
Da tempo, dunque, avevo in mente un luogo nel quale poter proporre un progetto di questo tipo. Forse questa idea era nata anche nei lunghi anni della mia esperienza in Trentino, una regione per così dire “frontaliera”, dove ho potuto comprendere quanto il rapporto con il mondo di lingua tedesca abbia inciso sulla storia, sulla cultura e sulla sensibilità di un territorio. Quando si è presentata l’occasione di Vicenza, ho pensato che la Basilica Palladiana potesse essere il luogo ideale per dare forma a questa idea: un’architettura italiana per eccellenza, ma al tempo stesso uno spazio aperto, capace di accogliere un racconto che supera i confini nazionali.
Volendo identificare un punto di partenza, esiste una visione culturale europea e dove pone le sue radici?
Per l’Ottocento e il Novecento esiste una storia condivisa e comune ai Paesi che oggi chiamiamo europei, e questa radice comune passa anche attraverso il tema terribile della guerra e, spesso, delle lotte fratricide combattute ai confini degli imperi e degli Stati: lotte per la creazione degli Stati unitari, per l’indipendenza, per la democrazia, contro le dittature e contro i deliri di prevaricazione di un popolo sull’altro.
Ma se la politica ha costruito una storia fatta di alleanze e tradimenti, di conflitti e di confini, l’arte e i grandi artisti hanno scritto una storia diversa. Non hanno badato alle frontiere, alle razze, al dominio dell’uno sull’altro. Anzi, molto spesso l’arte ci ha avvertito prima ancora che la storia rendesse evidenti i propri segnali: è stata una sentinella accorta, capace di percepire ciò che stava per accadere.
Questo lo si avverte con particolare evidenza nella prima mostra della trilogia, quella dedicata all’Italia e alla Germania, dove due feroci dittature prima si alleano e poi si fronteggiano fino alla catastrofe e alla capitolazione. L’arte, in qualche modo, ha registrato tutto questo, soprattutto a partire dal Novecento, restituendocelo oggi sotto forma di un patrimonio che è nello stesso tempo memoria e profezia.
È per questo che dobbiamo ascoltarla. Gli artisti sono, in fondo, una sorta di rabdomanti: hanno la capacità di avvertire, anche senza poterlo ancora vedere con chiarezza, i cambiamenti profondi e complessi che attraversano le nostre società. La loro opera spesso arriva prima della storia, perché sa intercettare ciò che ancora non ha trovato le parole per essere detto.

C’è un artista che più di altri incarna lo spirito europeo o è una storia di movimenti e avanguardie?
La mostra è il frutto di una scelta curatoriale condivisa con Valerio Terraroli: non tutto e di tutto, ma l’evidenza di alcuni momenti topici nei quali gli artisti hanno condiviso, in risposta alle trame della storia, un ideale, una ricerca, un cambiamento del gusto.
Sono, in fondo, quelle che potremmo chiamare “affinità elettive”: momenti nei quali, negli stessi anni, accadono cose sorprendentemente simili nel campo dell’arte in Italia, in Germania, in Francia, in Spagna. È il concetto di contiguità, rafforzato dalle vicinanze geografiche, dagli scambi, dalle imprese comuni, dai dialoghi produttivi; persino nei momenti in cui le guerre sembravano rendere impossibile ogni forma di fratellanza.
Per questo non c’è un artista che, in questo racconto, possa essere considerato più importante degli altri. La mostra vuole restituire piuttosto una coralità: artisti diversi, lingue diverse, esperienze diverse che, in alcuni momenti, sembrano incontrarsi e parlare la stessa lingua. È un coro che canta all’unisono, anche quando le singole voci rimangono profondamente diverse. Ed è forse proprio qui che risiede la magia e il mistero dell’arte.
Dalle anteprime che emergono sulla mostra leggiamo che sarà una mostra sulle relazioni. Quanto sono importanti le relazioni in ambito artistico?
Le relazioni sono tutto, nel campo dell’arte come nella vita di ciascuno di noi. Siamo animali sociali e viviamo soltanto attraverso il nostro essere in ascolto dell’altro, attraverso la capacità di entrare in rapporto con ciò che ci è vicino ma anche con ciò che ci è apparentemente estraneo.
In campo artistico questo processo avviene in maniera forse ancora più trasparente ed evidente, anche se dobbiamo concedere agli artisti quel tanto di narcisismo e di autonomia che fa del loro talento un atto creativo unico e irripetibile, che non si deve necessariamente misurare con quello dell’altro e che noi chiamiamo opera d’arte, talvolta capolavoro.
Ma il sedimento profondo di ogni opera sta anche nella sua capacità di accogliere tutta la luce del mondo, persino nei tempi più bui, e dunque di diventare un luogo di transito delle idee, delle inquietudini, delle speranze e delle contraddizioni del proprio tempo.
Per questo la cultura, e l’arte in particolare, ha spesso avuto un ruolo fondamentale negli equilibri politici tra gli Stati e i poteri, agendo come una vera e propria forma di diplomazia culturale. Le opere viaggiano, gli artisti si incontrano, le idee attraversano i confini molto prima che lo facciano le istituzioni. E talvolta sono proprio queste relazioni apparentemente invisibili a preparare il terreno per una nuova idea di comunità.
Nell’ambito della trilogia, che cosa differenzia Italia Germania dalle altre e perché cronologicamente le precede?
Ogni mostra della trilogia farà tema a sé, perché ogni relazione tra culture possiede una propria storia, una propria geografia e una propria temporalità. Italia-Germania rappresenta il punto di partenza anche per la particolare intensità, e per certi versi drammaticità, del rapporto tra i due Paesi nel corso del Novecento: una relazione fatta di prossimità culturale, di scambi, di influenze reciproche, ma anche segnata dalla tragedia delle due guerre mondiali e dalle dittature.
Le mostre successive ci porteranno invece verso altre geografie e altri tempi. La relazione con la Francia, per esempio, ci condurrà a guardare molto di più all’Ottocento, quando di fatto si intensificano e diventano particolarmente fecondi gli scambi culturali e artistici tra i nostri Paesi.
E ancora prima, il rapporto con la Spagna aprirà prospettive e connessioni che appartengono a una storia ancora diversa.
Saranno dunque racconti tutti da scoprire, nei quali non cercheremo semplicemente di ripercorrere una storia dell’arte già conosciuta, ma di mettere in luce relazioni, vicinanze e cortocircuiti culturali spesso rimasti ai margini della narrazione tradizionale. È proprio questa, credo, la sfida più interessante della trilogia: provare a leggere l’Europa non come una somma di identità separate, ma come un organismo vivo, costruito nei secoli attraverso continui attraversamenti, incontri e scambi.